Arriva il "Liberation Day" e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, firmando in diretta l'ordine esecutivo ha annunciato ufficialmente i nuovi dazi "reciproci" da applicare alle merci estere. Le tariffe sono "più o meno della metà rispetto a quelle che gli altri Paesi applicano a noi", ha spiegato Trump.
Per i prodotti importati dall'Ue si arriva al 20%. I dazi più alti al Vietnam (46%). Tra gli altri Stati più colpiti Tailandia (36%), Taiwan (32%), Indonesia (32%), Svizzera (31%) e India (26%). Mentre le aliquote più basse sono al 10%, come quelle applicate al Regno Unito.
Queste tariffe si aggiungeranno a quelle già previste per specifiche merci e prodotti come automobili (25% in vigore dal 3 aprile), acciaio e alluminio. Di contro, le tariffe reciproche, considerate la pietra angolare del piano, escludono almeno per il momento i "prodotti farmaceutici", secondo una scheda informativa della Casa Bianca pubblicata poco dopo il discorso di Trump. L'esenzione dei prodotti farmaceutici dalle tariffe reciproche, che includono dazi del 34% sulla Cina e, come dicevamo, del 20% sull'Unione Europea, offre una breve tregua all'industria farmaceutica preoccupata dalle ripercussioni di possibili futuri dazi che potrebbero far lievitare i costi di produzione e innescare interruzioni della catena di approvvigionamento.
Ma attenzione, perché il diavolo si nasconde sempre nei dettagli. Se, ad esempio, non saranno esclusi dalle nuove tariffe non solo i farmaci finiti ma anche quei principi attivi necessari alla loro produzione, molte delle preoccupazioni dell'industria farmaceutica sulle barriere commerciali sarebbero ancora valide. Sarà quindi necessario capire in maniera dettagliata dove davvero iniziano e finiscono questi nuovi dazi. Tra le motivazioni dietro l'introduzione dei nuovi dazi di Trump c'è anche il desiderio di riportare la produzione sul suolo americano. Un intento molto complicato per coloro che operano nell'industria farmaceutica. La produzione di tutti i principi attivi a livello domestico non è un'operazione semplice, né tantomeno immediata. Senza contare il fatto che le attuali catene di approvvigionamento presso Paesi terzi garantiscono costi di produzione più bassi. Questo potrebbe creare problemi concreti per le aziende farmaceutiche che potrebbero dover affrontare un aumento dei costi di produzione se le tariffe di Trump avranno un impatto sui prodotti farmaceutici.
C'è poi da considerare, più in generale, la procedura quantomeno singolare messa in campo dall'amministrazione Trump per calcolare i nuovi dazi. A spiegare sia la ratio alla base di questa scelta politica che le formule utilizzate per il loro calcolo è stato il Dipartimento per il Commercio degli Stati Uniti. Le tariffe reciproche sono calcolate come l'aliquota tariffaria necessaria per bilanciare i deficit commerciali bilaterali tra gli Stati Uniti e ciascuno dei partner commerciali. Questo calcolo presuppone che i persistenti disavanzi commerciali siano dovuti a una combinazione di fattori tariffari e non tariffari che impediscono il bilanciamento del commercio. Le tariffe funzionano attraverso riduzioni dirette delle importazioni.
"Il mancato pareggio dei disavanzi commerciali ha molte cause, con i fondamentali economici tariffari e non tariffari come principali contributori. Le barriere normative ai prodotti americani, le revisioni ambientali, le differenze nelle aliquote fiscali sui consumi, gli ostacoli e i costi di conformità, la manipolazione della valuta e la sottovalutazione servono a scoraggiare le merci americane e a mantenere distorte le bilance commerciali. Di conseguenza, la domanda dei consumatori statunitensi è stata dirottata dall'economia statunitense all'economia globale, portando alla chiusura di oltre 90.000 fabbriche americane dal 1997 e a un calo della nostra forza lavoro manifatturiera di oltre 6,6 milioni di posti di lavoro, più di un terzo rispetto al suo picco", si spiega.
I dazi reciproci sono quindi concepiti come uno strumento per contrastare queste distorsioni e riportare il commercio bilaterale in equilibrio. Il calcolo dei dazi reciproci si basa su una formula semplificata che considera, come primo fattore, l'elasticità della domanda di importazioni rispetto ai prezzi (ε): misura quanto le importazioni diminuiscono quando i prezzi aumentano a causa dei dazi.
L'elasticità della domanda di importazioni verso il prezzo, ε, è stata fissata a 4. E questo perché, si spiega, "prove recenti suggeriscono che l'elasticità è vicina a 2 nel lungo periodo (Boehm et al., 2023), ma le stime dell'elasticità variano". L'elasticità dei prezzi all'importazione rispetto ai dazi, φ, è di 0,25. Quindi il passaggio dei dazi ai prezzi al consumo (φ): indica quanto del costo del dazio si rifletterà nei prezzi finali pagati dai consumatori. Qui è stimato a 0,25, suggerendo che solo un quarto del dazio incide sui prezzi al dettaglio.
Vengono poi prese in considerazione sia il volume delle importazioni (m_i) sia quello delle esportazioni (x_i) sulla base dei dati del 2024 forniti dall’U.S. Census Bureau sul commercio bilaterale con ciascun Paese.
Infine, c'è la variazione del tasso di dazio (∆τ_i): l’aumento del dazio necessario per ridurre le importazioni e bilanciare il commercio.
La riduzione delle importazioni (∆τ_i * ε * φ * m_i) deve eguagliare il deficit commerciale esistente (m_i - x_i). Risolvendo per τ_i, si ottiene così il dazio necessario per ogni Paese. Per l'Unione Europea, le importazioni (m_i) sono 605,8 miliardi di dollari, mentre esportazioni (x_i) sono pari a 370,2 miliardi di dollari. Di conseguenza, il deficit (m_i - x_i) è di 235,6 miliardi di dollari. A questo punto, dividendo il deficit con le importazioni si otterrà quel 39% che, nella scheda presentata dal presidente Trump, viene impropriamente definito come un dazio applicato dalla UE agli Stati Uniti.
Una modalità di calcolo più che discutibile che, se fosse applicato non in maniera più generica all'Unione Europea ma alla sola Italia, porterebbe a dei dazi pari a 31,8% ben più alti rispetto a quelli ai quali dovremo sottostare a livello comunitario. Con buona pace di chi in questi giorni in Italia, in chiave sovranista, guardava con favore ai nuovi dazi di Trump sperando in tariffe applicate ai singoli Stati membri dell'UE.
Giovanni Rodriquez